Gazzetta del Mediterraneo

Portopalo, il naufragio della verità: vicenda nota già ad inizio ’97 – INCHIESTA DI GAZZETTA- PRIMA PARTE di Sergio Taccone

Portopalo, il naufragio della verità: vicenda nota già ad inizio ’97 – INCHIESTA DI GAZZETTA- PRIMA PARTE di Sergio Taccone
24 febbraio
13:40 2017

PORTOPALO. Un naufragio fantasma che mai è stato fantasma. Nella prima e seconda parte dell’inchiesta di Gazzetta a firma del giornalista e scittore Sergio Taccone, un breve riepilogo temporale degli eventi.

PORTOPALO. L’inchiesta di Gazzetta del Mediterraneo, firmata da Sergio Taccone,  nella sua prima e seconda parte, riporta le date salienti collegati agli eventi di quella sciagura  a partire dalla tragica notte  del Natale 1996 fino al Maggio del  2007, epilogo del processo di primo grado. Quando nel 2001 il Naufragio diventa un caso,   il Manifesto pubblica una pagina (riportata nella nostra foto di copertina) datata   domenica 17 maggio 2001, che  riporta una parte  degli articoli,  approfondimenti e  prime pagine dedicati al fatto di cronaca già a partire dal 5 gennaio del 1997, vale a dire  10 giorni dopo il naufragio.  Proprio il Manifesto è stato il giornale che più d’altri si è occupato, sin dal gennaio 1997, della vicenda con servizi e prime pagine a firma di  Livio Quagliata, Massimo Giannetti, Gigi Sullo, Pavlos Nerantzis (da Atene), Guido Ruotolo, Marina Forti e Rino Cascio. Del fatto ne parla anche l’emittente catanese Telecolor con un servizio del giornalista siracusano Massimo Leotta. C’è anche una interrogazione parlamentare. Non corrisponde a verità dunque che la triste storia del naufragio sia venuta fuori  solo  nel 2001: si sapeva già dal gennaio del 1997. Come se non bastasse venerdì 10 gennaio 1997 sempre il Manifesto pubblica una prima lista dei nomi  dei dispersi del naufragio, lista stilata ad Atene dall’ambasciata del Pakistan.

 

      Il Naufragio del Natale ’96 non è mai stato fantasmaDI SERGIO TACCONE

Notte di Natale del 1996 (mare forza sette-otto)
In seguito ad una collisione con la motonave Yioahn (comandata dal libanese Youssef El Hallal) quasi 300 immigrati restano intrappolati a bordo di un barcone di legno maltese che cola a picco. I pochi superstiti (una trentina) risalgono sulla Yioahn. La nave proveniva da Alessandria d’Egitto. Il naufragio del ferry-boat è annotato dalle autorità maltesi, senza alcun riferimento alle persone trasportate.

30 dicembre 1996
I sopravvissuti vengono sbarcati in Grecia, a Napflion. Gli stessi parlano dell’avvenuto naufragio di Natale, della dinamica del trasbordo sulla lancia maltese, della collisione e dell’affondamento della “carretta del mare”. I sopravvissuti sono trattenuti dalla polizia ellenica e quindi rispediti in aereo verso i rispettivi Paesi d’origine.

31 dicembre 1996
Primo dispaccio della Capitaneria di Porto di Catania a tutte le capitanerie della Sicilia Orientale riguardante “circa 300 immigrati finiti in mare durante un tentativo di sbarco”.

5 gennaio 1997 
Lancio dell’agenzia di stampa Reuters sull’avvenuto naufragio. Il quotidiano italiano il Manifesto, il britannico The Observer ed il giornale greco Ethnos mandano i loro inviati ad Atene. Livio Quagliata (il Manifesto) pubblica una serie di servizi sulla tragedia di Natale. Il giornale fondato da Pintor darà ampio risalto al naufragio e non sarà l’unico a riprendere ed approfondire la notizia lanciata dalla Reuters. In Sicilia, l’emittente televisiva Telecolor Catania si occupa della vicenda con un servizio del giornalista siracusano Massimo Leotta. L’ammiraglio Renato Ferraro, intervistato allora dal Manifesto, dichiara: “Abbiamo informato tutte le autorità marittime e tutte le capitanerie della Bassa Italia, che stanno svolgendo attività di pattugliamento. Abbiamo molti dubbi sulla fondatezza della notizia del naufragio perché non si è trovato tuttora alcun riscontro”. L’ufficiale conferma, indirettamente, che le ricerche sono in corso. Nessun silenzio dalle autorità, quindi, nessuna distrazione da parte degli organi d’informazione. Nel 2001, l’ammiraglio Eugenio Sicurezza, in seguito ad un’interrogazione parlamentare di Giovanni Russo Spena (Rifondazione Comunista), afferma: “Sin dal momento del primo segnale d’allerta, è stata svolta un’attività di ricerca che ha visto coinvolti non solo i mezzi aeronavali del Corpo e della Forza Armata Marina, ma anche pescherecci e unità mercantili che transitano per ovvi motivi in quelle zone marittime. In particolare, a seguito di segnalazioni pervenute dai Centri di Soccorso, prima maltese poi greco,sono stati allertati tutti i Comandi, anche a livello di sottocentri del soccorso marittimo. Nelle relative ricerche condotte sono stati impiegati mezzi navali ed aerei (8 motovedette, 4 unità della Marina Militare, 1 velivolo Atlantic della Marina Militare, le navi di linea che collegano Malta alla Sicilia, i pescherecci impiegati nella relativa attività di pesca) con esito negativo. Inoltre i Centri di Soccorso di Roma, Malta e Pireo sono stati continuamente in contatto tra loro per scambio di informazioni e per riportare gli esiti delle ricerche. In particolare, al fine di acquisire ulteriori elementi che consentissero di identificare l’area del presunto naufragio, più volte è stato interessato il Centro Coordinamento del Pireo che ha sempre che ha sempre confermato di non possedere altre notizie se non quelle fornite dagli immigrati clandestini illegalmente entrati in territorio greco”.

manifesto

9 gennaio 1997
Il Senato del Pakistan, venuto a conoscenza della tragedia tra Malta e la Sicilia, approva un documento in cui si impegna l’Esecutivo pakistano a chiedere, in via ufficiale, chiarimenti al Governo italiano sul naufragio. Lo stesso giorno, Livio Quagliata (Manifesto) intervista uno dei pochi superstiti, un tamil di 38 anni che racconta i passaggi salienti dell’ultima parte del viaggio. Riferisce di luci che vedevano a distanza, della sosta della Yiohan, all’una di notte circa del 24 dicembre e a circa 30 chilometri dalle coste italiane (poco più di 16 miglia marine). Descrive il momento del trasferimento nel barcone, che poi è tornato indietro perché imbarcava acqua da una falla determinata dall’urto con la nave. La barca, carica fino all’inverosimile, mette la prua verso la Sicilia. L’acqua continua però ad appesantirla a tal punto che il capitano del F-174 chiama via radio la Yiohan per chiedere aiuto. La motonave torna indietro, raggiunge il barcone ma durante l’accostamento c’è un’altra collisione: questa volta la carretta di legno si spezza, mantenendo integra la poppa. Dalla Yiohan vengono buttate delle corde in mare per tentare di salvare qualcuno. La stragrande maggioranza di coloro che erano stati fatti salire sul peschereccio non riescono ad uscire e vanno a fondo. La Yiohan, con i pochi scampati al naufragio, fa rotta verso la Grecia ed è qui che verranno fatti sbarcare i superstiti che verranno interrogati dalla polizia ellenica. ‹‹Ero convinto – dirà un sopravvissuto – che tutto il mondo stesse parlando della nostra tragedia››. Il signor Thavathyrai (il tamil che ha descritto a Quagliata le fasi del naufragio) riferisce inoltre che intorno alle tre e mezza del mattino del 25 dicembre la motonave ha messo la prua verso la Grecia. Una descrizione confermata da altri sopravvissuti che sono stati contattati in quei giorni dal giornalista del Manifesto. Un ventenne pachistano aggiunge che la sera del 24 dicembre erano nei pressi di Malta, in attesa della notte di Natale, momento ritenuto dai trafficanti di esseri umani maggiormente propizio, per la minore vigilanza dei guadiacoste e per il minor numero d’imbarcazioni in giro. Parecchi naufraghi provenivano dalla provincia di Swabi, in Pakistan. Shakurd, dopo tre anni passati a Roma, era dovuto tornare nel suo paese. Non avendo il permesso di soggiorno ha tentato di rientrare in Italia da clandestino. Nel naufragio di Natale si è salvato per miracolo, riuscendo ad aggrapparsi ad una corda mentre la barca in legno stava scomparendo tra i flutti. Pare che la meta principale fosse la Spagna, come riferisce Massimo Giannetti nell’articolo “La prima lista di naufraghi” (il Manifesto, 10/1/1997). I tamil di Palermo (oltre duemila persone) vengono informati del naufragio attraverso l’edizione straordinaria del giornale Ill Emursu, organo di stampa delle comunità Tamil in Europa (Rino Cascio, “Per i tamil di Palermo due fax in bacheca”, il Manifesto, 10/1/1997). Il quotidiano Vrakesari, il 12 gennaio ’97, pubblica l’elenco degli scomparsi. Il giorno prima, Livio Quagliata aveva scritto un lungo pezzo, intitolato “Imprigionati nella stiva”, chiarendo tutti i particolari del naufragio.

10 gennaio 1997
“La prima lista di naufraghi”: è il titolo di un pezzo pubblicato dal quotidiano il Manifesto, firmato da Massimo Giannetti. Si fa riferimento ad un elenco di dispersi, stilato dall’ambasciata pachistana di Atene, in un naufragio verificatosi nel Mediterraneo la notte di Natale. L’elenco circola anche alla stazione Termini di Roma, luogo d’incontro degli immigrati che vivono nella capitale. Scrive Giannetti: «Due fogli pieni di nomi, cognomi e città di provenienza di 68 delle circa 300 persone (tra indiani, pachistani e tamil dello Sri Lanka) naufragati nel canale di Sicilia: tra i cittadini del Pakistan 31 sono i dispersi, 37 i superstiti (questi ultimi trattenuti in Grecia)».

11 gennaio 1997
Nel servizio del Manifesto “Imprigionati nella stiva”, Livio Quagliata indica le tappe del viaggio: il 9 dicembre partenza dal Cairo su una prima nave; il giorno dopo trasbordo in mare aperto su una seconda nave, infine il passaggio sulla Yiohan dove indiani e cingalesi trovano a bordo un consistente gruppo di pachistani

Prima metà di gennaio 1997
I giornalisti Ruotolo (il Mattino) e Leotta (Telecolor), mandati sul posto, confermano le ricerche effettuate da un paio di motovedette e da un elicottero della Marina Militare, impegnati per alcuni giorni. Nessuna denuncia di evento straordinario è arrivata dalle marinerie della Sicilia della SudOrientale interessate (Pozzallo, Portopalo di Capo Passero, Scoglitti).

13 Gennaio 1997
Secondo dispaccio dalla Capitaneria di Porto di Catania a tutte le Capitanerie della Sicilia orientale: “Le ricerche sono ancora in corso”.

14 Gennaio 1997
Relazione del comandante della motovedetta italiana ‹‹Cp407›› che perlustra, con esito negativo, il Canale di Sicilia e poi fa rientro a Pozzallo (Ragusa).

15 gennaio 1997
Interrogazione parlamentare dei senatori Marino, Marchetti e Russo Spena:

Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’interno e per il coordinamento della protezione civile, degli affari esteri e per gli italiani all’estero e della difesa e al Ministro senza portafoglio per la solidarietà sociale.

“Per sapere, in relazione alle notizie di stampa sul naufragio in cui, nella notte di Natale, avrebbero perso la vita nel Canale di Sicilia 283 persone, quasi tutti immigrati clandestini asiatici di nazionalità srilankese, pakistana e indiana: se effettivamente, come riportato da diversi organi di stampa, la prima notizia circa una collisione e/o un naufragio sia stata diffusa dalle autorità portuali maltesi il 26 dicembre, e comunque quando le competenti autorità italiane abbiano avuto notizia del disastro e quanti e quali mezzi aerei e navali di ricerca siano stati e siano tuttora attivati per la ricerca in mare; se le affermazioni di esponenti del Governo italiano, circa i dubbi sull’effettività del naufragio in assenza di rottami e salme, siano state confrontate con eventuali riscontri da parte della rappresentanza diplomatica italiana in Grecia rispetto alle decine di testimonianze concordanti raccolte fra i presunti superstiti dalla polizia greca di Nauplios, i cui dati estremamente precisi parlano di 286 morti in mare dei quali 91 di nazionalità indo-pakistana e gli altri di nazionalità srilankese; se siano stati presi o siano in corso contatti con le ambasciate in Italia dei paesi di provenienza dei presunti naufraghi, le quali risultano agli scriventi letteralmente tempestate da telefonate angosciate da parte delle famiglie, essendo l’Italia la meta della nave che sarebbe affondata con il suo carico umano; se non si ritenga necessario comunque, sia pure con estremo ritardo, uno sforzo di investigazione e di ricerca sia allo scopo umanitario di localizzare e restituire ai parenti le salme, sia al fine di verificare eventuali contatti e complicità in Italia degli organizzatori del traffico e/o dei responsabili del naufragio…”

20 gennaio 1997
L’attività di ricerca viene sospesa. Continuerà ad essere prestata attenzione all’individuazione di relitto e resti in genere collegabili all’ipotesi del naufragio (cit. da il Manifesto, 8/6/2001)

Febbraio 1997
“Dopo la tragedia, la nave Yioahn finì la sua corsa in Calabria. Due funzionari della Polizia di Stato di Reggio Calabria dal febbraio 1997 si sono occupati del tragico naufragio: il dirigente della polizia marittima reggina, Castrense Militello, e l’ispettore capo della polizia scientifica Salvatore Gagliano. Militello ha detto (nel corso di un’udienza del processo di Siracusa contro el Hallal e Thurab, nda) che il 28 febbraio 1997 si era arenata nelle acque di San Gregorio, in Calabria, una motonave dalla quale erano stati visti sbarcare degli immigrati. Nel momento di ispezionare la motonave, i poliziotti scoprivano che sulla fiancata erano stampigliate tre lettere “oah”, per cui, dopo aver rimosso la vernice bianca, accertavano uno strato di vernice blu e le restanti lettere per formare il nome Yioahn… In seguito al sopralluogo, nella saletta adiacente alla cabina del comandante veniva rinvenuta una busta contenente una corposa documentazione il cui vaglio portò alla individuazione dell’armatore, Eftichios Zervoudakis, nonchè dell’uomo che aveva organizzato il viaggio da Malta alle coste di Portopalo, ovvero Sheik Turab, che, dopo il tragico naufragio della notte di Natale del 1996, era stato arrestato dalle autorità maltesi per poi essere rilasciato in quanto a suo carico, all’epoca, non era emerso assolutamente nulla” (La Sicilia, 14/7/2004)

Aprile – maggio 1997
Scoperte sulla motonave Yiohan le seguenti scritte: “Speriamo di uscire al più presto da questo inferno della Yioahn”. Si tratta di una conferma circa l’utilizzo della nave per il trasporto di immigrati clandestini. Si raccolgono le testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti dei naufraghi, in Europa e nei Paesi d’origine. Dopo il ritrovamento di un cadavere a largo di Augusta (Siracusa), “compatibile” con la tragedia di Natale, la Procura della Repubblica di Siracusa apre l’inchiesta su un naufragio di vaste dimensioni che potrebbe essersi verificato nelle acque territoriali italiane. La Procura Siracusana chiederà (e otterrà) il rinvio a giudizio per il capitano della Yiohan, El Hallal, e dodici membri dell’equipaggio per omicidio colposo plurimo aggravato.

Settembre 1997
In un dettagliato dossier pubblicato da Dino Frisullo su Narcomafie, il pachistano Shakoor Ahmad, uno dei pochi scampati alla morte la notte di Natale del ’96, indica i passaggi iniziali del loro viaggio: la partenza in aereo, insieme ad altri tredici suoi connazionali, da Karachi con arrivo a Dubai, quindi la tappa ad Oman e infine al Cairo. Costo di questa prima frazione del viaggio: 4000 dollari. In Egitto arriva l’imbarco su una nave (Friendship) dove si trovano a bordo già centinaia di cingalesi ed indiani. Le “tariffe di viaggio” variano: 8-13.000 dollari per i cingalesi, 5-7000 per gli indiani. Nell’operazione, sottolinea Frisullo, sono impiegate almeno altre quattro navi provenienti da Istanbul, dalla penisola indiana e dal porto turco di Antakia. L’ultimo trasbordo è sulla nave Yiohan il cui equipaggio è composto dal comandante libanese El Hallal, due ufficiali greci, sette marinai arabi, due macchinisti dell’isola di Creta e alcuni polacchi. Nel 1997 si hanno già i nomi dei dispersi e dei superstiti. Questa scansione, con relativi riferimenti oggettivi (dispacci di autorità, inchieste giornalistiche e giudiziarie) smentisce la “vulgata” sul naufragio fantasma circolata dal giugno 2001 dopo lo scoop del quotidiano La Repubblica. Proprio nel giugno 2001, il Procuratore Capo della Repubblica di Siracusa, Roberto Campisi, dichiara agli organi di stampa, nei giorni immediatamente seguenti il ritrovamento del relitto da parte del quotidiano La Repubblica: “Vorrei capire il perché di tutto questo clamore su una tragedia sulla quale stiamo indagando da quattro anni e che non è mai stata nascosta”.

DI SERGIO TACCONE – FINE PRIMA PARTE 

Sergio Taccone  Giornalista e scrittore, autore del libro “Dossier Portopalo, il naufragio della verità” (Ginevra Bentivoglio EditoriA, Roma, 2008), vincitore nel 2009 del Premio Internazionale di Giornalismo “Maria Grazia Cutuli”, promosso dal Corriere della Sera con l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica Italiana, “per aver contribuito a ricostruire la tragedia del mare del Natale 1996, in cui persero la vita 300 migranti al largo delle coste dell’isola” (Ansa, 27/10/2009)

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