Gazzetta del Mediterraneo

Portopalo, i 60 anni dell’ex arbitro Peppe Giardina

Portopalo, i 60 anni dell’ex arbitro Peppe Giardina
16 dicembre
14:52 2017

Oggi ricopre il ruolo di responsabile degli osservatori arbitrali della sezione Aia di Siracusa.

Ha tagliato ieri il traguardo del sessantesimo compleanno. Il portopalese Giuseppe Giardina ha alle spalle una buona carriera come giacchetta nera (così venivano un tempo chiamati gli arbitri di calcio). Un percorso cominciato da Genova. Oggi, Giardina ricopre il prestigioso incarico di organo tecnico e responsabile degli osservatori arbitrali della sezione Aia “Concetto Lo Bello” di Siracusa, presieduta da Stefano Di Mauro.

A Portopalo, negli anni 70 fu tra le voci più note e seguite di Radio Capo Passero, radio libera molto seguita nell’estremità sud della provincia di Siracusa. Dopo il terremoto in Irpinia (novembre 1980), Peppe Giardina fu tra i volontari più impegnati a Portopalo nella raccolta di generi alimentari ed indumenti che vennero poi portati nelle zone terremotate con un camion.

Di seguito, con l’autorizzazione dell’autore, vi proponiamo il capitolo “La giacchetta nera”, incentrato su Peppe Giardina, tratto dal libro del giornalista Sergio Taccone “Football di Provincia, storie di calcio a Portopalo e dintorni” (Capomedia Editore, 2010). A Giardina gli auguri della redazione di Gazzetta del Mediterraneo.

Dal libro “Football di Provincia” di Sergio Taccone: E’ cominciata a Genova la carriera arbitrale di Giuseppe Giardina, direttore di gara di talento, oggi osservatore dei fischietti della sezione di Siracusa e giacchetta nera per antonomasia di Portopalo. In Liguria, Peppe effettuò il corso per diventare arbitro. “Sono tanti i ricordi che mi porto dietro, legati alla mia carriera arbitrale, che rifarei sin dall’inizio. Penso alle cose che mi furono impartite nel corso di Genova, città in cui mi trovavo per motivi di studio. Conoscere a menadito il regolamento dello sport preferito dà delle belle sensazioni”. Tornato a Portopalo, Peppe avviò la sua trafila nei campi impolverati e rischiosi della provincia aretusea. In una partita interna del Pachino, Giardina si mise in evidenza per personalità e fermezza, anche quando c’era da sventolare cartellini gialli per i giocatori di casa, come capitò al difensore Tonino Di Natale, ammonito senza tanti complimenti. Avulso da qualsiasi forma di protagonismo, nelle movenze ricordava l’arbitro parmense Michelotti. Nei campi del catanese, tra promozione e prima categoria, Peppe si recava spesso portandosi una sua scorta “personale”: i fratelli Turi ed Enzo Curcio, ad esempio. Trasferte a rischio, dove a fine partita dovevi essere lesto ad andare via.

“In una circostanza, – rammenta Giardina – la squadra di casa fu battuta da un gol quasi allo scadere e segnato sul filo del fuorigioco, ai limiti della regolarità. Mentre Salvatore Curcio faceva da apripista negli spogliatoi, l’altro mio accompagnatore, che in quella circostanza era Tonino Tuccitto, il falegname, provvedeva ad avviare la macchina per la partenza. Il pubblico di casa, intanto, inveiva per la sconfitta in zona Cesarini. In un’altra partita, la mia decisione di annullare un gol per poco non provocava una lite in famiglia poiché nella squadra militava un mio cugino”. Dirigere una partita, essere l’arbitro di ventidue giocatori il cui unico pensiero, specie nei campi di provincia, è mors tua, vita mea, costituisce una bella responsabilità. Un errore arbitrale viene spesso catalogato (non senza esagerazione) come atto di ingiustizia, fermo restando il rischio per l’incolumità fisica di cui una giacchetta nera si fa carico, soprattutto quanto dirige in paesini sperduti. Gli eletti, chiamati a dirigere partite di A e B, sono pochissimi; il grosso dei direttori di gara si barcamena, con tantissima passione e spirito di sacrificio, nei campetti di provincia, nei campionati minori e nei tornei giovanili dove ad alimentare l’accensione degli animi sono spesso genitori irresponsabili che scaricano le loro frustrazioni sui figli.

“Arbitrare una partita dà delle belle sensazioni, consiglio ai giovani di avvicinarsi alla carriera arbitrale, per conoscere le regole del gioco, ignote anche a tantissimi sedicenti esperti di football che straparlano spesso senza accorgersi di dire delle emerite castronerie. E poi, arbitrare è quasi uno stile di vita, contribuisce alla pulizia mentale, a patto di avvicinarti alla direzione di una partita senza spirito di protagonismo. Anzi, se ti approcci alla carriera arbitrale per essere protagonista combinerai solo danni, in campo e fuori, in A come in terza categoria”. Da parecchi anni, Giuseppe ha rimesso il completino nero definitivamente dentro l’armadio ma non la passione, che prosegue come osservatore arbitrale. “Oggi, il livello dei direttori di gara, parlo della zona di mia competenza, la provincia di Siracusa, è buono”. Nel rievocare episodi del passato, vedi nello sguardo di Peppe, oltre alla naturale nostalgia della giovinezza andata, la fierezza di chi spesso era consapevole di scendere in campo quasi come un gladiatore romano in mezzo ai leoni che alla minima esitazione poteva finire sbranato. “In parecchi campionati estivi di Portopalo, ho fatto parte della schiera di giocatori. Alcuni tornei li ho disputati con le migliori squadre locali, giocavo centravanti e spesso mi capitava anche di far gol. Il calcio a Portopalo è come un malato che da anni vive in stato di coma profondo. E non parlatemi del calcetto che considero uno sport che nulla ha a che vedere con il football che per me resta soltanto quello che si gioca con undici giocatori per squadra. Vedere ventidue elementi che corrono in un rettangolo di gioco, fosse anche in un’amichevole tra scapoli e ammogliati, ti dà sempre le solite, belle sensazioni”.

Sul direttore di gara, c’è un frammento molto significativo del grande scrittore sudamericano Eduardo Galeano. “A volte, rare volte, – scrive Galeano – qualche decisione dell’arbitro coincide con la volontà del tifoso, ma neppure così riesce a provare la sua innocenza. Gli sconfitti perdono per colpa sua e i vincitori vincono malgrado lui. Alibi per tutti gli errori, spiegazione di tutte le disgrazie, i tifosi dovrebbero inventarlo se non esistesse. Quanto più lo odiano, tanto più hanno bisogno di lui”.

L’arbitro, come ha scritto Collina nella sua autobiografia, è “un uomo che vive di una passione infinita, che ama il pallone e le sue alchimie, le sue magie, i suoi sortilegi”. Quasi un Don Chisciotte felice d’esserlo che, per evitare guai, specie quando si arbitra in provincia e nelle serie minori, deve sempre avere impressa una frase di Voltaire: “Sono molto amante della verità, ma in nessun caso del martirio”.

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