Gazzetta del Mediterraneo

Ugo Mazzei, cantautore per vocazione

Ugo Mazzei, cantautore per vocazione
03 settembre
12:412017

Venerdi’ 8 settembre, al Teatro d’Estate di Noto, proporra’ Storie di dischi andati, un viaggio nella musica d’autore. Sergio Taccone lo ha intervistato.

Qualcuno lo ha definito “cantautore per vocazione dalle idee chiare e dallo stile vissuto”. Ugo Mazzei ha cominciato il suo viaggio musicale oltre venti anni fa. Quattro lustri caratterizzati da altrettanti album con l’etichetta nazionale Interbeat di Roma, accolti molto positivamente dalla critica specializzata. Un percorso contrassegnato da collaborazioni di spicco: da Ricky Portera a Derek Wilson, da Tony Cercola a Luigi Grechi passando per Goran Kuzminac, Massimo Schiavon e, soprattutto, Giulio Rapetti Mogol.

“Nel mio percorso musicale non esistono tappe o esperienze più importanti di altre. Nella musica come nella vita è tutto un concatenarsi di situazioni. Quelle formative sono le esperienze che fai quotidianamente, imparando i pezzi storici della canzone d’autore, soffermandoti in piccole sfumature che altrimenti non vedresti, cercando di capire il perché di certi passaggi”.

Ogni artista ha i suoi capisaldi musicali, i punti di riferimento. I tuoi quali sono?

“Gli stessi che hanno caratterizzato ogni cantautore. I francesi principalmente: loro hanno avuto la caratteristica di dire la propria senza filtri. La canzone francese è una monotonia che non disturba, con testi ironici e raffinati e un modo dissacrante di raccontare la vita. La canzone d’autore ha quelli classici: Cohen, un canadese che ha fatto cose straordinarie, Brassens, Brel e Ferrè. Penso ad esempio al brano “Quella gente là” di Brel, interpretato magistralmente da Gaber: c’è l’ironia malinconica con cui il popolo transalpino affronta certe dinamiche dell’esistenza, mantenendo una lucidità che definisco costante e rivoluzionaria. Noi italiani siamo stati molto sognatori e questo è un vanto non una pecca. I grandi cantautori, da De Gregori a De Andrè, hanno spulciato se non addirittura copiato dai grandi del passato, a volte con risultati migliori. De Andrè ha fatto conoscere Brassens e Cohen ad un più vasto pubblico perché riusciva a capire quel che questi artisti dicevano. Un altro mio riferimento è Bob Dylan di cui di recente ho riadattato ed inciso un suo brano. Devo dire di essermi trovato, idealmente e musicalmente, in mezzo a tanti giganti”.

Tra le tue caratteristiche, alcuni critici che hanno recensito i tuoi album hanno sottolineato la forte ricerca mostrata nell’intreccio tra parole e musica ed il modo espressivo, pieno di ironia, tipico dei cantautori storici.

“Parto sempre da un obiettivo: intravedere uno spiraglio di luce nuova nella canzone d’autore. Nei miei brani ci sono tante cose tra cui i sentimenti nascosti e la solitudine come riflessione e mai come allontanamento dal mondo”.

La prima canzone del tuo primo album, Lucciole sulla Salaria, è la storia di una prostituta.

“Più che altro è la prostituzione vista dagli occhi di un uomo che va alla ricerca dell’amica d’infanzia lungo la Salaria, in una Roma byroniana. Una canzone di speranza che si sviluppa nel contesto tipico della canzone popolare dove la semplicità dell’accordo sposa la frase e cresce nell’anima arrivando alle orecchie scevra da banalità e con un’elevata intensità poetica”.

La fruizione della musica oggi è cambiata, il digitale ha cancellato l’industria discografica di ieri. Quali strategie adesso deve mettere in atto un musicista per resistere in questo settore artistico?

“La musica non è morta, è cambiato il mercato discografico anche se continuiamo a fare album per un piacere personale perché di soldi non se ne fanno più. Il digitale è un supporto come gli altri, pessimo ma immediato. Un tempo dovevi cercare una canzone, adesso è tutto più facile a tal punto da risultare più spicciolo, quasi terra terra. Un artista quando vuole incidere un disco vuole farlo al meglio anche se poi lo ascoltano in pochi. Come il pittore che inizia a riempire una tela bianca. I concerti live però sono molto importanti, l’unico contatto con il pubblico che così può guardare un artista in palcoscenico, le sue movenze e le scelte nel comporre una scaletta. Fare il cantautore non è un mestiere bensì una condizione di vita”.

Hai sempre volto lo sguardo al di fuori dei confini locali da un punto di vista musicale

“Ho guardato fuori perché tutto quello che ho a casa mia, intendo in Italia, lo conosco molto bene. Ad un certo punto della mia carriera mi sono reso conto che quello che si faceva da noi era speculare a quello che veniva prodotto negli Usa, a volte migliorandolo perché noi siamo più raffinati degli americani. La cultura nuova ci ha sempre interessato, fin dai tempi del folk. Rap e blues hanno come caratteristica la pelle nera, un sangue diverso che scorre nelle vene ed una grande sofferenza nel dna che noi bianchi non abbiamo avuto. E’ molto meglio per noi italiani riprodurre il folk bianco. Ovviamente il mio non è un discorso razzistico, ci mancherebbe. Sul rap, poi, ho molto da ridire perché, per me, è sinceramente una perdita di tempo”.

Nel tuo percorso c’è stata anche un’esperienza internazionale in Belgio.

“Quello belga è un Paese grigio, cupo e buio ma molto affascinante, per certi versi più della Francia. E’ la nazione dei lavoratori, di quelli che scappano via e vanno a sbarcare il lunario per campare. Tanti italiani vi emigrarono per lavorare. Ricordiamo tragedie come quella di Marcinelle che fanno parte della nostra storia di emigranti nel Novecento. Il Belgio sono le atmosfere tetre, cupe, un gotico che si avverte nell’aria e nella musica. Brel, ad esempio, ad un certo punto della sua vita ebbe bisogno del mare ed andò ad Haiti dove morì per essere sepolto accanto a Gauguin”.

La collaborazione con Mogol è la grande novità del tuo percorso artistico dal 2015 in avanti.

“Giulio Rapetti è un artista che non sa di essere un genio. Non è contorto come tutti i geni: Mogol è un elogio della semplicità che è anche grandezza. Quando hai un problema e ti rivolgi a lui, Giulio si mette a disposizione con immediatezza, come tutti i grandi. Un’ora dopo tira fuori un testo eccezionale. Con i cantautori è un po’ diverso, siamo gente che non vuole altri in mezzo, che pensa con la propria testa. Forse siamo anche un po’ presuntuosi. Naturalmente, quando hai davanti Mogol gli lasci carta bianca. Una collaborazione iniziata con serate dal vivo, quasi sempre con il gran pienone di pubblico, incontri con gli studenti e lavoro in studio al Cet, il centro da lui creato. Abbiamo scritto testi e composto musica per altri artisti, tra cui Celentano. Un’esperienza di grandissimo spessore artistico”.

L’album o la canzone a cui sei più affezionato.

“Dei miei lavori, il preferito è ‘Mezzogiorno o giù di lì’ che mi ha fatto vibrare, con tante collaborazioni importanti. E’ l’album della mia maturazione. Nel brano ‘Al mercato del sole’, Tony Cercola alle percussioni ha fatto qualcosa di eccezionale. C’è anche ‘Feste gitane’, omaggio a Garcia Lorca, forse il più delicato dei poeti e da cui ho imparato tanto. L’album in assoluto che prediligo è ‘Non al denaro non all’amore né al cielo’ di Fabrizio De Andrè, ispirato dall’Antologia di Spoon River di Lee Masters, pubblicato nel 1971 e realizzato in collaborazione con Fernanda Pivano. Un vero capolavoro. Quell’album è, secondo me, il punto più alto raggiunto dalla canzone d’autore mondiale”.

Due parole sul tuo splendido brano “L’Arbitro”, dedicato ad uno dei più illustri siracusani di tutti i tempi: Concetto Lo Bello.

“Una canzone da cui è scaturito anche un video molto bello che ancora oggi, a distanza di anni, continua ad essere scaricato su you tube. Era stato pensato originariamente per un disco sui siracusano illustri. Poi, dopo alcuni anni, l’ho tirato fuori e l’ho fatto ascoltare al figlio di Concetto, Rosario, altro arbitro dalla carriera sportiva notevole, ed a cui sono legato da sincera amicizia. Ricordo la prima volta che ascoltammo nel suo studio la canzone: un’emozione che ricordo benissimo ancora oggi. Concetto Lo Bello è una parte imprescindibile di storia del calcio e sono molto lieto di aver scritto questo brano”.

Progetti futuri nel cassetto?

“Vivo il presente, i miei programmi guardano all’unica dimensione temporale tangibile. Le collaborazioni con Mogol, Cercola ed altri artisti. Ho sempre lavorato artisticamente guardando solo ed esclusivamente all’oggi”.

Un progetto che ricordi volentieri.

“Quello sulla differenza tra canzone e poesia, due cose distinte ma con un nesso logico, un filo di congiunzione. La poesia è più libera perché non costretta da un periodo musicale, la canzone più complessa. Un progetto fondamentale è mantenere vivo l’amore e l’interesse per la canzone d’autore. Non parlo di cultura per non usare un concetto astratto, un termine da maneggiare con molta cautela”.

Cosa diresti ad un adolescente che vorrebbe fare il musicista ?

“Non solo lo direi ad un adolescente ma anche ad un veterano: se vuoi fare il musicista fallo sul serio, lasciando perdere i “talent show” che sono delle stupidate dove si prendono ragazzi senza idee e che non sanno nulla né del sudore di fare musica né dei grandi del passato, sconoscendo spesso persino la storia del proprio Paese. Show ad uso e consumo della televisione, con giovani che vengono truccati e lanciati davanti a milioni di telespettatori per un concetto di spettacolo deleterio e persino dannoso. Un ragazzo deve fare musica principalmente per sé. Poi, se la cosa esce fuori bene altrimenti gli rimarrà un grande bagaglio culturale dentro”.

(Intervista a cura di Sergio Taccone)

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