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Le memorie tra i pali di Giacomo Sipione

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Le memorie tra i pali di Giacomo Sipione
23 luglio
00:47 2020

I ricordi dell’ex portiere pachinese con una carriera fatta di tante esperienze nel calcio dilettantistico.

di SERGIO TACCONE. Nelle memorie di cuoio della città di Pachino il suo nome è associato al ruolo di portiere, anche se i suoi inizi in campo furono come ala sinistra. Giacomo Sipione, 52 anni, per tutti Peppe o, in alternativa, Popone, è stato un estremo difensore che a suo modo è entrato nella storia calcistica pachinese.

“Cominciai come ala sinistra nel campo della parrocchia San Giuseppe di Pachino. Mi piaceva giocare sulla fascia, andare sul fondo e cercare il cross per il centravanti”.

Chi fu a volerti per la prima volta tra i pali? 

Fabio Campo, giocatore dotato di buoni fondamentali tecnici. In una partita propose di schierarmi in porta. La cosa mi piacque e da quel momento diventai un portiere”.

Quali erano  le tue caratteristiche?

“Un buon senso del piazzamento, spesso andavo in anticipo sulle mosse dell’attaccante o dell’avversario che provava a farmi gol. Comunque quando c’era da tuffarsi per respingere un tiro non mi tiravo mai indietro, in qualsiasi tipo di campo: dal pantano di Marzamemi al Sasà Brancati o ai tanti campi in terra che ho calcato nel mio lungo percorso calcistico. Davo tutto e non mi facevo demoralizzare dagli errori che a volte arrivavano. Pensavo subito a riscattarmi con un’uscita decisa o una parata tra i pali. Di certo non mi è mai mancato il coraggio”.

In uno dei primissimi tornei di calcetto che si giocarono a Pachino, in un campetto situato nella parte retrostante dello stadio Brancati, ti mettesti in evidenza anche per alcune parate di “testa”…

“Già e a tirare non era uno qualsiasi bensì Franco Infanti, giocatore potente e dal tiro terrificante. In una finale lo punzecchiai dicendogli che non avrebbe segnato e che gli avrei neutralizzato i suoi tiri con la testa. E così feci. Per un attaccante quello era un affronto ma io mi divertivo, non c’era alcuna cattiveria, prendevamo il calcio con grande leggerezza, era il modo migliore per impiegare il tempo nella nostra infanzia, adolescenza e giovinezza”.

Che ricordi hai delle tue stagioni a Pachino?

“Ricordi bellissimi, giocavamo per la maglia senza chiedere nulla. Era la società che ci riconosceva a volte i premi partita o qualche rimborso spese. Nel calcio moderno invece, anche a livello dilettantistico, fino alla prima categoria, ci sono giocatori che giocano solo per soldi. E trovo questo piuttosto triste. Io e tanti della mia generazione giocavamo solo per la maglia. Ho giocato anche a Noto e Buccheri, esperienze che mi sono rimaste nel cuore. Nella città netina ebbi tra i compagni di squadra anche l’attuale sindaco Corrado Bonfanti, un discreto centrocampista. Mister Cappitta, tecnico del San Corrado, stilò la mia scheda tecnica che conservo ancora tra i miei ricordi legati al calcio. Tra gli allenatori ho avuto anche Salvino Lanteri, uno molto competente”.

Ci sono partite che ricordi in modo particolare?

“Un derby contro il Portopalo. Vincemmo di larghissima misura ma un nostro giocatore era squalificato a nostra insaputa, dal momento che il segretario della società non aveva visto il comunicato che allora giungeva via posta. Sul campo non ci fu storia ma l’allenatore del Portopalo ridacchiava ad ogni nostro gol, pregustando la vittoria a tavolino per la posizione irregolare di Papa, un nostro giocatore. E così fu. Quella sconfitta a tavolino ci condannò allo spareggio che poi vincemmo a Paternò. Andammo a festeggiare a Portopalo, passando proprio dall’abitazione dell’allenatore che ci aveva costretti ad affrontare quell’impegno extra”.

Appesi i guantoni al chiodo, hai collezionato tante esperienze come componente di staff tecnici di squadre di prima categoria, promozione ed eccellenza. C’è qualcuno che vorresti ringraziare?

“Uno su tutti: Carmelo Cristauro, grande presidente, grandissimo amico. Per lui provo un senso di riconoscenza autentica, fraterna, perchè mi ha aiutato in vari momenti della mia giovinezza. Non posso dimenticare quando mi trovò un lavoro nella sua ditta: consegnavo materassi tra Pachino e Portopalo. Ha sempre avuto una fiducia totale nelle mie capacità e io mi sono impegnato sempre al 100% per non deluderlo. Cristauro è tra i presidenti più vincenti e competenti del calcio dilettantistico siciliano. Uno che ha vinto in tanti posti in cui è stato. Uno dei capitoli migliori del Pachino Calcio porta la sua impronta indelebile. Ancora oggi, Cristauro è amatissimo dai tifosi pachinesi”.

Un giocatore che ricordi in modo particolare?

“Il portopalese Antonio Giuliano. Per me è stato tra i più forti a livello locale. Mi colpiva soprattutto la sua umiltà: era molto forte e non si vantava mai. Uno dei pochi che da solo poteva decidere una partita. Giocare con lui era un vero piacere”.

Ascoltare i racconti di “Popone” è come tuffarsi in un mondo lontano, un’arcadia perduta, appartenente quasi ad un’altra era geologica dove il pallone rappresentava il principale passatempo dei ragazzi pachinesi e portopalesi. Si organizzavano campionati a getto continuo: l’ottagonale di Pachino, il torneo estivo al pantano di Marzamemi e, in contemporanea, il campionato locale di Portopalo dove in un’occasione passarono anche giocatori di grande talento e qualità tecniche dell’allora Interregionale come Elio Puzzo, Giovanni Paolillo e persino Nino Barraco.

Nel 1987, nel torneo estivo di Portopalo giocò anche Cristian Baglieri, giocatore arrivato al calcio professionistico (insieme al fratello Corrado), con un passaggio anche dal Napoli ai tempi di Maradona. Oggi si fatica ad organizzare un quadrangolare di calcetto, tranne eccezioni legate principalmente a fattori di lucro e di noleggio di campetti. Anche il calcio locale è diventato triste e solitario. Nel rievocare certi suoi ricordi, Sipione sembra preda dell’inevitabile nostalgia del tempo andato, i suoi occhi s’illuminano parlando degli anni 70 e 80 del football locale.

E non puoi fare a meno di ripensare a quel meraviglioso e malinconico incipit di un racconto di Osvaldo Soriano: “Di che cosa parla il libro? Di calcio? No. Parla dei goal che uno si perde nella vita”.

Sertac

 

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