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Cultura, Osvaldo Soriano e quel capodanno a Parigi nel 1979

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Cultura, Osvaldo Soriano e quel capodanno a Parigi nel 1979
26 dicembre
12:20 2019

Lo scrittore argentino, in esilio in Europa, e le iniziative per denunciare la sistematica violazione dei diritti umani nell’Argentina dei militari.

DI SERGIO TACCONE. Vita da esuli, la notte di capodanno del 1979. A Parigi, Osvaldo Soriano e la moglie Catherine, sfuggiti alla neve, entravano in un locale di Montmartre, nella zona nord della capitale, centro della vita dei bohémien durante la Belle Époque. Erano in cerca di riparo e di qualcosa di caldo da bere. Dopo l’euforia del Mundial calcistico, migliaia di turisti argentini andarono in Europa a spendere soldi facili, ottenuti con i loro affari di importazioni o svuotamento di aziende nazionali proclamate obsolete. Negavano risolutamente e in modo arrogante che in Argentina stesse succedendo qualcosa di anormale e accusavano gli esuli di arricchirsi sputtanando la patria.

Un giovane argentino, pettinato con la brillantina, si avvicinò al tavolo dove sedevano Soriano e consorte. “Forse avevamo parlato per un momento in spagnolo. Quel giovane – ricordò lo scrittore – cominciò ad elogiare la politica economica della dittatura argentina e la sua titanica lotta contro il terrorismo dei senza patria. Gli domandai se conosceva la lettera di Rodolfo Walsh, inviata alla junta militar e al presidente statunitense Carter prima di essere sequestrato per sempre. Mi guardò e mi domandò se ero un exiliado, cioè un sovversivo. Gli dissi di si e aggiunsi che era per gente come lui se eravamo diventati esiliati. Arrivammo quasi alle mani. Ce ne andammo subito dopo, io e mia moglie, camminando in silenzio sotto la neve. Provavo vergogna ad essere nato nello stesso posto di quell’uomo”.

In quegli anni, di notte, Osvaldo Soriano e Julio Cortazar passeggiavano spesso per le strade deserte di Parigi, domandandosi cosa fare per dare risalto internazionale alla situazione dell’Argentina, governata da tre anni dalla sanguinaria giunta di Videla, rafforzata dal mondiale di calcio organizzato e vinto nel ‘78. Lo scrittore Osvaldo Bayer lanciò l’idea di un appello: cento intellettuali argentini si sarebbero dovuti imbarcare in un aereo diretto a Buenos Aires, accompagnati da giornalisti e personalità europee. Lo scopo era di colpire la dittatura con uno scandalo internazionale. Bayer, che aveva scelto la Germania come luogo d’esilio, sosteneva che “bisognava essere coerenti e portare alle estreme conseguenze la lotta contro il fascismo di Videla”. Cortazar si dichiarò contrario all’iniziativa nel corso di una tumultuosa riunione parigina, svoltasi nell’appartamento dove viveva Soriano, sostenendo che “il gesto sarebbe stato inutile e umiliante”.

L’anarchico Bayer rimase molto deluso dalla scelta di Cortazar, quasi disperato. “Ancora oggi – annotò parecchi anni dopo l’autore di Triste, Solitario y Final – ci domandiamo cosa sarebbe successo se fossimo atterrati a Buenos Aires circondati da fotografi, politici, filosofi e sacerdoti. Alcuni nostri conoscenti cambiavano marciapiede quando li incrociavamo per le strade di Parigi o Roma. Un giorno m’imbattei in un giornalista che aveva lavorato con me a Buenos Aires. Prima di stringergli la mano era scappato via, impaurito, come se avesse visto un lebbroso con la campanella al collo”. Era sempre in compagnia del suo amato gatto nero, inseparabile presenza durante il suo periodo parigino. Nell’aprile 1983, caduta la dittatura, quando fu possibile pubblicare i suoi romanzi, Osvaldo Soriano tornò nella capitale argentina. Erano passati otto anni dall’inizio del suo esilio europeo.

Trovò una Buenos Aires ferita, le facce delle persone erano spente, una nuvola di colpa aveva sporcato le anime dei suoi connazionali. Le ferite erano aperte e troppe persone non potevano più sostenere lo sguardo fermo delle migliaia di uomini e donne non più in vita e senza neanche un posto dove riposare al cimitero. “I giovani argentini cercavano l’utopia in altre terre, come i nostri nonni la cercarono qui. Ma siamo qui di nuovo a guardare il futuro in punta di piedi, – constatò amaramente Soriano – fermi su una palude, scossi da un vento che viene dal passato ma che non sappiamo se ci trascinerà verso il futuro o verso l’abisso”.

Tre anni dopo il suo ritorno a Buenos Aires, Soriano pubblicò il romanzo “La resa del leone” dove la satira tornò protagonista. La storia di Faustino Bertoldi, uno spiantato argentino finito in un minuscolo stato africano, nemmeno presente nelle carte geografiche: l’immaginario Bongusti. In quel libro, Soriano presentò una sarabanda di personaggi folli: il leader nero marxista-rivoluzionario, con uno speciale talento per la roulette, il profugo argentino scambiato per una spia e sempre scacciato da ogni luogo, il sultano arabo al servizio di Gheddafi e il terrorista irlandese che passava il tempo a preparare ordigni esplosivi e spacciare denaro goffamente falso, riecheggiando quasi lo Sean del film “Giù la testa” di Sergio Leone, uscito quindici anni prima.

Sertac

 

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