Gazzetta del Mediterraneo

Portopalo, il naufragio della verità: I misteri del relitto filmato da Repubblica nel giugno 2001 – INCHIESTA DI GAZZETTA – TERZA PARTE – di Sergio Taccone

Portopalo, il naufragio della verità: I misteri del relitto filmato da Repubblica nel giugno 2001 – INCHIESTA DI GAZZETTA – TERZA PARTE – di Sergio Taccone
28 febbraio
13:44 2017

Portopalo: siamo certi oltre ogni ragionevole dubbio che quello filmato da Repubblica sia il relitto della F174? Le ipotesi e le ricostruzioni di Sergio Taccone.

Portopalo, di Sergio Taccone. Quello mostrato dal Rov è il relitto del F-174 naufragato alla fine del 1996? Qualche dubbio, basato su elementi non trascurabili, va posto, chiarendone le ragioni. Le foto delle riprese effettuate da Repubblica con il Rov, pubblicate nell’edizione cartacea ed inserite nel sito web del quotidiano romano, oltre alle immagini passate in numerosi programmi televisivi, non hanno mai mostrato il mascone di prua del relitto ovvero la parte dove si trova il nome identificativo della barca. Una circostanza molto strana poiché non pochi subacquei professionisti alla domanda “come si fa a dimostrare in modo inoppugnabile che ci si trovi in un determinato relitto?”, hanno risposto: “Si fotografa il mascone di prua”. È in quel punto, infatti, che c’è la sigla identificativa del relitto (un altro mascone si trova a poppa).

Ma analizzando minuziosamente le immagini del Rov (quelle mostrate in tv e su internet) non c’è traccia del nome. Repubblica definì facile l’operazione di recupero di quel relitto mentre la comunità parrocchiale di Portopalo, dove dal 1999 operano gruppi di volontari sempre pronti a garantire la prima accoglienza dei migranti, raccolse oltre 1.100 firme inviate alle istituzioni nazionali per chiedere di riportare a galla quel relitto (2007). La Presidenza del Consiglio dei Ministri stanziò 2 milioni di euro, affidate alla Protezione Civile, per le operazioni di recupero. Nell’aprile 2007 venne eseguito un sopralluogo, tramite una nave oceanografica. Poi sull’operazione calò il buio fitto. Silenzio tombale. Del recupero non si parlò più per sei lunghi mesi. Il 16 ottobre 2007, un’interrogazione parlamentare del deputato Nicola Bono (Alleanza Nazionale) riaccese i riflettori su questa operazione dove ballavano 4 miliardi di vecchie lire. Pochi giorni dopo, il Venerdì di Repubblica servì a Romano Prodi la risposta all’interrogazione: il relitto non c’è più, polverizzato. Tuttavia, si potrà effettuare un recupero di qualche resto, sparso sui fondali, da inumare in un sacrario interreligioso per il quale c’è già pronta la proposta di legge firmata dal parlamentare Tana De Zulueta. Costo del sacrario? Cinque milioni.

E non sarebbe questa l’unica ragione di perplessità. I naufraghi sopravvissuti dichiararono che dal meeting-point, dove fu eseguito il trasbordo degli immigrati dalla ‘Yioahn’ al barcone di legno, si vedevano le luci della costa siciliana. Sulla base di questo ulteriore presupposto la Procura di Siracusa proseguì nell’indagine. Dalle dichiarazioni dei sopravvissuti si trovava la conferma indiretta che quel punto di trasbordo era vicino alla costa o, in ogni caso, all’interno delle acque territoriali italiane. Invece, l’inviato di Repubblica sostiene che anche a diciannove miglia di distanza e in una notte di tempesta, con condizioni meteomarine difficilissime – particolare non certo secondario – sia possibile vedere le luci della costa. Per non pochi pescatori di Portopalo, molti dei quali con una buona esperienza marinara alle spalle, con il mare in burrasca (e nella notte del naufragio, ripetiamolo, le condizioni atmosferiche erano pessime) è molto difficile, quasi impossibile, vedere da 19 miglia a largo le luci della costa siciliana.

Interessante è ciò che scrive Dino Frisullo nel suo dossier sulla vicenda pubblicato nel settembre 1997 su Narcomafie. ‹‹Dove è avvenuto il naufragio? – si chiede Frisullo – I marinai maltesi indicano un punto esatto: 30 miglia a nord-est di Malta, 40 a sud di Capo Passero. A lungo è circolata questa indicazione: ma probabilmente non è il luogo dove giace il relitto (impossibile da conoscere in partenza da Malta) ma il luogo di appuntamento fra le due navi. Da quel punto hanno navigato per un’ora e un quarto, secondo Shakoor – aggiunge Frisullo – e forse qualcosa in più se il trasbordo è avvenuto all’1,30 di notte e la Yiohan è ripartita quasi subito verso la Grecia, dopo il rapidissimo naufragio, alle 3,30. Almeno 90 minuti di navigazione, dunque: sufficienti per doppiare Capo Passero ed entrare nella parte meridionale del golfo di Noto, dove sostano le petroliere e si vedono le luci di Pachino, Marina di Noto, Avola. Dunque in acque territoriali italiane. Il 30 gennaio due corpi restano imbrigliati nelle reti di due pescherecci al largo di Lampedusa: l’autopsia situa la morte a un mese prima. Un corpo umano in mare percorre, con le correnti, 24 nodi al giorno e in 20 giorni può attraversare il canale di Sicilia. Molto più tardi, in giugno, altri 2 corpi affiorano a nord del possibile naufragio: uno di loro, trovato presso la penisola Magnesi, nella zona industriale di Siracusa, ha indosso i resti di tre paia di pantaloni, come fanno i clandestini per non portare bagaglio a mano quando sbarcano››. C’è, infine, la testimonianza, rilasciata al processo di Siracusa, di uno dei sopravvissuti di quel naufragio, il pakistano Ahmad Shakoor. Nell’udienza del 17 novembre 2004 Shakoor parla dell’attimo esatto della collisione tra la Yiohan e la carretta maltese che, in seguito all’urto, si spezza in due tronconi (La Sicilia, edizione di Siracusa, 18/11/2004). Il relitto mostrato da Repubblica sembrerebbe, invece, intero.

Che si tratti di un altro relitto, collegato ad un altro naufragio? L’eventualità non sarebbe da scartare, anzi. Se queste supposizioni trovassero conferma, riprenderebbe corpo l’ipotesi, accantonata dopo il ritrovamento del relitto nel giugno 2001, che il naufragio fosse avvenuto in acque territoriali italiane. Circostanza che fu rafforzata, nel maggio del ’97, dal ritrovamento a largo di Augusta di un cadavere ‹‹compatibile con il naufragio››. Inoltre, c’è il particolare, già riferito prima, riguardante il capitano El Hallal, il quale, rivelando subito le coordinate esatte del punto del naufragio, poteva evitare alcuni mesi di custodia cautelare in carcere. Sarebbe stato un elemento a suo immediato vantaggio, anche se non a sua discolpa, dichiarare subito che la collisione si fosse verificata a 19 miglia dalle nostre coste, in acque internazionali. Invece, niente di niente: ci vuole qualche anno e le immagini del relitto che Repubblica mostra dagli abissi siciliani!

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Altri elementi, in grado di rafforzare alcuni dubbi sull’identità del barcone, emergono dalla lettura comparata degli articoli dell’inviato di Repubblica del giugno 2001 e del libro, pubblicato tre anni dopo (I fantasmi di Portopalo). Il 14 giugno 2001, infatti, il giornalista di Repubblica scrive: ‹‹Prima di allora c’era stata la segnalazione, a Malta, del naufragio di un ferry-boat individuato con la sigla F-174, ma non era stata messa in relazione con il naufragio. Ora si sa che il proprietario, Marcel Barbara, annegò assieme ai clandestini››. Il giorno dopo (15 giugno 2001), sempre su Repubblica, si legge dallo stesso autore: ‹‹E sembra di vederlo Marcel Barbara, comandante maltese, complice dei criminali della ‘Yiohan’, quando si accorge che il carico è eccessivo, che le onde coprono la sua bagnarola››. Nel 2001, dunque, si fa riferimento a Marcel Barbara come comandante e proprietario del barcone di legno che è affondato. Tre anni dopo, però, nel libro, l’autore dello scoop del relitto fantasma scrive che la barca F-174 è stata acquistata dal pakistanomaltese Thurab e che Marcel Barbara è soltanto un maltese che lavora come pulitore di spiaggia, aggregato all’equipaggio del barcone all’ultimo momento. Barbara, insomma, in tre anni viene fatto passare, dallo stesso autore, da un ruolo di comandante-proprietario della carretta di legno ad uno equivalente, all’incirca, a quello di un mozzo. Un dettaglio da non trascurare per ricostruire la vicenda in tutti i suoi passaggi ed avere conferma di alcuni punti ‹‹oscuri›› o, comunque, poco chiari.

Le conclusioni che si possono trarre da questo ragionamento sono semplici: tanti elementi differenti nello stesso fatto non possono passare sotto silenzio e forse nessuno, prima d’ora, ha fatto una lettura comparata di quello che lo stesso autore ha pubblicato nel 2001 (su Repubblica) e poi nel 2004 (nel libro I fantasmi di Portopalo). Oltretutto, l’allora inviato di Repubblica era incorso, qualche anno prima, in un clamoroso infortunio professionale: lo scoop (basato su una notizia poi rivelatasi falsa) che portò all’incriminazione e al successivo proscioglimento del tenente colonnello Franco Carlini, ufficiale dell’Esercito Italiano, inviato in missione di pace in Somalia.

Quelli appena elencati e descritti sono dubbi scaturiti da diversi indizi convergenti. Oltretutto non va dimenticato che un processo, istruito grazie alla solerzia e abilità d’indagine della Procura di Siracusa, è stato bloccato, quando si era già alla fase dibattimentale, dal ritrovamento di “quel relitto” nel giugno 2001, come evidenziato nella prima puntata di questa inchiesta giornalistica. L’autore del ritrovamento del relitto, ignorando tutte queste possibili e plausibili obiezioni e controdeduzioni, respingendole con sdegno e gettando il discredito su chiunque abbia osato farle notare, ha portato avanti un’altra strategia che comprende una precisa accusa agli agenti di polizia del Commissariato di Pachino (a sette chilometri da Portopalo), diventati quasi dei complici in un’azione d’accerchiamento e isolamento del “pescatore – ex assessore- testimone- guida – eroe”, fulcro dell’inchiesta giornalistica sulla ‹‹nave fantasma››.  Nel libro I fantasmi di Portopalo si parla, infatti, di un rapporto di polizia, inviato alla Procura della Repubblica di Siracusa, circa le voci che circolavano in ambienti marinari sui cadaveri ripescati. E quando viene avanzato il dubbio che il tesserino di Anpalagan non fosse stato recuperato nel 2001 ma nel ’97 e che il pescatore sarebbe potuto rientrare tra coloro che pescavano i cadaveri, ecco, allora, il collegamento, effettuato dal giornalista di Repubblica, alla mentalità mafiosa e agli ambienti controllati dalla mafia dove ‹‹si adopera la legge soltanto per eluderla›› (come lo stesso inviato ha scritto).

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Il giornalista ha riportato, inoltre, una notizia trovata su Internet (nell’edizione del 2004 del libro, non si fa riferimento al sito che l’avrebbe pubblicata) riguardante alcuni pescatori locali che avrebbero difeso personaggi finiti in galera (per mafia) nel ’99 al grido di ‹‹Vogliamo pagare il pizzo!››. Notizia fasulla, manco a dirlo, destituita del benché minimo fondamento di verità poiché non c’è mai stata alcuna difesa di mafiosi da parte dei pescatori portopalesi, taglieggiati o no, ancor meno al grido di ‹‹Vogliamo pagare il pizzo!››. Come è pura invenzione quanto si visto alla fine della prima puntata della fiction Rai: la scomparsa dal porto dell’imbarcazione del protagonista dopo il distacco doloso degli ormeggi. Questi riferimenti confermano un certo clima di accanimento colpevolista-denigratorio verso i pescatori e la comunità di Portopalo già presente nel libro ed esploso in tutta la sua dirompenza nella fiction Rai.

L’atteggiamento del comandante della Yiohan Un’altra stranezza sul punto in cui avvenne il naufragio del Natale ’96 è che il capitano libanese El Hallal non abbia subito comunicato le coordinate. Sarebbe stato importante metterle a raffronto con il punto (Nord: 36, 25’, 31›› – EST: 14, 54’, 34››) reso noto da Repubblica dove venne ritrovato il relitto grazie alle indicazioni del pescatore di Portopalo. Se El Hallal avesse indicato subito quel punto (e se quel punto fosse stato identico a quello indicato dal quotidiano romano) avrebbe potuto evitare probabilmente alcuni mesi di carcere, in quanto l’area del disastro si trova in acque internazionali. Non sarebbe iniziato, probabilmente, neanche il processo per ‹‹omicidio plurimo colposo›› poi bloccato, effettivamente, con la scoperta del relitto nel giugno del 2001. Invece, il capitano libanese ha taciuto. Un atteggiamento inspiegabile che neanche alcuni passaggi riferiti da
Repubblica il 19 maggio 2003 riescono a chiarire. Anche su questo aspetto nessuna curiosità e nessuna domanda da parte dei moltiplicatori della versione certificata dallo scoop del giornalista sardo e dalla fiction Rai. Noi la formuliamo nella sua semplicità: perché El Hallal, accusato d’omicidio plurimo colposo, non ha richiamato una circostanza che avrebbe potuto farlo scagionare? E visto che l’autore dello scoop del 2001 non si è posto questa domanda, noi possiamo solo fare delle congetture ed asserire che il capitano della ‘Yioahn’ sappia molto bene che l’affondamento del F-174 è avvenuto, com’era stato ipotizzato dalla Procura siracusana, in acque territoriali italiane. Un particolare ignorato dal gotha mediatico che si è occupato del naufragio. Molto più semplice accusare la marineria di Portopalo e tutti i suoi abitanti.

DI SERGIO TACCONE – FINE TERZA PUNTATA 

Sergio Taccone  Giornalista e scrittore, autore del libro “Dossier Portopalo, il naufragio della verità” (Ginevra Bentivoglio EditoriA, Roma, 2008), vincitore nel 2009 del Premio Internazionale di Giornalismo “Maria Grazia Cutuli”, promosso dal Corriere della Sera con l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica Italiana, “per aver contribuito a ricostruire la tragedia del mare del Natale 1996, in cui persero la vita 300 migranti al largo delle coste dell’isola” (Ansa, 27/10/2009)

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