Gazzetta del Mediterraneo

Venezuela, il vero pericolo: Usa e Russia, nessuno può perdere la faccia

Venezuela, il vero pericolo: Usa e Russia, nessuno può perdere la faccia
27 gennaio
15:26 2019

Venezuela, una crisi grottesca innescata da scelte azzardate e superficiali sopratutto da parte americana. Lo stallo attuale lascia con il fiato sospeso.

DI TURI MONCADA. Venezuela. Guaido o Maduro? O sarebbe meglio dire Usa o Russia? Lo stallo attuale nella crisi venezuelana dipende proprio da questo: chi sarà costretto a perdere la faccia, gli Stati Uniti o la Federazione Russa? Nessuno delle due superpotenze avrà di certo il piacere a vedersi estromesso dalla contesa. E sta proprio qui  il vero pericolo, la minaccia reale alla stabilità globale. La situazione è più ingarbugliata del previsto. Scelte superficiali, sopratutto da parte americana, rischiano di innescare conseguenze devastanti.

Il pericolo di una escalation a livello globale oggi è sottovalutato. Bisogna però scrollarsi di dosso l’apatia mentale e  schiarirsi le idee. Dei due blocchi,  capeggiati da Usa e Russia, uno dovrà per forza  perdere. Ma accetterà la sconfitta?

Se Juan Guaido avesse la meglio come presidente ad interim, Russia e Cina accetterebbero la destituzione di Maduro?  Putin direbbe: “Vabbé ci abbiamo provato, in bocca al lupo al nuovo presidente ed ai suoi amici americani. Arrivederci e grazie”? Oppure scatenerebbe ritorsioni su Usa e alleati? Pensiamo al  caso contrario:  Maduro rimane in carica. Sarebbe una vittoria della  Russia (assieme alla Cina). A quel punto gli americani accetterebbero la figura da perfetti idioti dinnanzi al mondo intero?  Del resto l’attuale situazione di stallo a chi giova? A nessuno, men che meno al popolo venezuelano.

Ecco perché dalla vicenda venezuelana  si rischia una escalation planetaria dalle conseguenze destabilizzanti, devastanti. Anche i toni e le parole utilizzate non lasciano presagire nulla di buono. Donald Trump ha apertamente sostenuto che sul caso Venezuela tutte le opzione sarebbero sul tavolo. Lasciando presagire un possibile intervento militare per dirimere la controversia in suo favore. Ma Russia e Cina, in quel caso, non potrebbero limitarsi alle parole, giocando il semplice ruolo di osservatori esterni. E se fossero costrette anche loro ad intervenire, cosa ne verrebbe fuori?

Gli Stati Uniti rischiano di vedere naufragare il progetto di destituzione di Maduro come nel 1961 accadde con il tentativo di rovesciare Fidel Castro a Cuba. L’invasione della Baia dei Porci,  a circa 200 chilometri da L’Avana, di 1500 esuli cubani anti-castristi addestrati dalla Cia, si rivelò un fallimento. L’obbiettivo era quello di indurre ad una sollevazione popolare contro Castro. Ma così non fu. Le forze armate Cubane, addestrate ed armate dalla Russia, sconfissero i nemici, facendo naufragare il tentativo di golpe americano. Ci furono però delle conseguenze: la crisi dei missili dell’anno successivo.

Dopo il tentativo di invasione, infatti,  Cuba decise di armarsi per difendersi: Fidel Castro chiese ed ottenne dalla Russia  missili a lungo e medio raggio. Furono installati a meno di 100 chilometri da Miami in Florida, una cosa inaccettabile per gli Usa.  Ne nacque una crisi internazionale che portò il mondo sull’orlo di una guerra nucleare, scongiurata solo dopo mesi e mesi di dialogo.

Il fallimento del golpe con l’invasione della Baia dei Porci, e la conseguente figuraccia a livello internazionale,  spinse inoltre  John Kennedy, infuriato come non mai, a silurare il capo della Cia, ideatore dell’operazione. Non pochi analisti ritengono che da quella vicenda maturerà l’omicidio  del presidente americano. JFK sarà assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963 per mano di un ex marine. Quando si tenta di rovesciare un governo, le conseguenze ci sono, eccome.

Sembra di rivivere la stessa situazione, due blocchi contrapposti e un tentativo di golpe che chiama, con l’auto-proclamazione di Juan Guaido, alla sollevazione popolare. In parte c’è stata. Ma Maduro può contare su un numero consistente di sostenitori, nonostante il caos in cui vive il Venezuela, e sull’appoggio, fino ad oggi, dell’esercito.

Lo scontro tra Russia e Usa è da ‘guerra fredda’. Un ritorno al passato, certificato anche nella riunione di sabato scorso  del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Le accuse reciproche tra le due superpotenze hanno evidenziato una tensione altissima. “Il cambio di un governo è il gioco geopolitico preferito dagli Usa – ha detto l’ambasciatore Russo, Vasili Nebenzia -dispiace che il Consiglio di Sicurezza sia stato coinvolto in questi giochetti sporchi”. Per la Russia si tratta solo di una situazione interna al Venezuela. “Cosa fareste  – ha detto il diplomatico russo – se chiedessimo una riunione del Consiglio di Sicurezza per discutere della situazione francese con 22 mila gilet gialli in piazza? Non vi preoccupate, non siamo come voi, non lo faremo!”.

Jorge Arreaza, ministro degli esteri di Maduro, è stato più eloquente. In apertura del suo intervento ha citato tutti i colpi di Stato che gli Usa hanno tentato, con esito positivo o negativo, in America Latina. “Dovremmo essere qui a discutere del perché una potenza, cioè gli Usa, hanno deliberatamente minacciato una nazione sovrana, il Venezuela, dell’uso della forza – ha detto Arreaza al Consiglio di Sicurezza – Sono loro la vera minaccia alla pace. Quanti morti e quanta povertà  hanno provocato i golpe americani in Sud America? “.

Il tentativo americano di destituire Nicolas Maduro è stato bollato dal Venezuela, e dai suoi partners,  come la volontà di riproporre  la famigerata dottrina Monroe e cioè la supremazia degli Usa su tutto il continente americano. Jorge Arreaza lo ha detto apertamente. Una tesi sostenuta anche dalla rappresentante  di Cuba che ha risposto a denti stretti e muso duro al monologo statunitense. Ruggine, insomma, che si scrosta da vecchi, anche se mai sopiti, rancori e che oggi investono come un treno l’intera regione caraibica.

Sull’Ue va steso invece un velo pietoso.  L’ultimatum di otto giorni entro i quali Maduro è stato invitato da Spagna, Francia e Germania a convocare nuove elezioni  fa sorridere. Tant’è che ha scatenato pure l’ilarità dell’ambasciatore Russo: “Otto giorni? – ha detto Nebenzia ‘trollando’ l’Unione Europea – e perché non sette o trenta?”. La risposta del Venezuela non si è fatta attendere, una moderata, quella del ministro Arreaza: “Chi siete voi per imporre al mio Paese le vostre decisioni?”. L’altra, quella di Diosdado Cabello, leader del Partito Socialista Unito del Venezuela, meno diplomatica: “Otto giorni per convocare nuove elezioni? Andate al diavolo!”.

La crisi Venezuelana sta per diventare, o forse già lo è, una miscela esplosiva innescata dalla superficialità con la quale si è creduto che l’auto-proclamazione in piazza di uno sconosciuto sarebbe potuta bastare a cancellare 20 anni di chavismo proprio nel Paese di Chavez. Come si risolve oggi la crisi in atto? Qual è la chiave per aprire la porta giusta?  Nessuno può saperlo. Ma una cosa però è certa:  né Usa né Russia sono disposte a perdere la faccia.  E’ questo il vero pericolo.

TURI MONCADA

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