Gazzetta del Mediterraneo

Caro don Palacino, perdonaci se puoi

Caro don Palacino, perdonaci se puoi
03 dicembre
21:19 2018

E’ passato un anno dalla morte del prete semplice e buono

DI TURI MONCADA.  Circa 15 anni fa, poco prima delle otto di sera di un freddo dicembre ero a Portopalo per incontrare don Palacino. Lo trovai  intento ai preparativi del presepe, una sua creazione fatta di anatre, capanne e barche. L’animo indomito e irrequieto, nonostante l’età,  lo costringeva a non stare mai fermo, né con le mani né con la mente. Quel giorno ero amareggiato, non ricordo per quale motivo. Gli bastò guardarmi un attimo negli occhi per capire il mio stato d’animo. Abbassò lo sguardo mi batté una mano sulla spalla: “Non ti preoccupare si aggiusta tutto. Se posso aiutarti parla pure” Lo guardai attonito. Rimasi stupefatto. Come aveva capito? In quel momento compresi la semplicità e la potenza di quel prete sempre disponibile.  Semplice sì, ma allo stesso tempo complesso. Perché don Calogero Palacino era una contraddizione in termini, rude e amorevole,  rozzo all’apparenza ma estremamente saggio.

Nel 49 A.C. in piena guerra civile, Pompeo scappa da Roma rifugiandosi a Brindisi. Scrisse una lettera a Giulio Cesare che aveva già varcato il Rubicone,  le legioni erano in armi, la carneficina inevitabile: “Caro amico, come siamo arrivati a questo punto?”. Mi chiedo  spesso anch’io come si arrivò a quel punto.  Al punto  di infangare un uomo buono e semplice come don Palacino. Un prete al quale bastava guardarti negli occhi per capire l’irrequietezza del tuo animo.  Qualche settimana prima di morire, era già malato spesso costretto a lunghe degenze in ospedale, diceva con amarezza agli amici intimi: “Le calunnie della televisione mi hanno distrutto”.  Quelle calunnie per lui avevano una connotazione precisa: la fiction Rai “I fantasmi di Portopalo”  e tutto il circo equestre che venne montato attorno.

Non sto qua a ricordare quel film ambientato a Portopalo. Ma c’è da dire una cosa. Fu presentato come racconto di vicende realmente accadute attorno al tragico naufragio del Natale del 1996.  Un triste accadimento di cronaca diventato ormai storia. Di reale nel film c’è in parte il racconto del naufragio e nulla più. E badate bene: quel naufragio non è mai stato nascosto come qualcuno vorrebbe far credere. Su Gazzetta del Mediterraneo io ed il collega Sergio Taccone ci occupammo della vicenda.

Delle cime di barche tagliate, degli speronamenti in vespa, dei piccoli alunni reticenti alle insegnanti, di sequestri di giornalisti e gente cacciata dalla chiesa di cui si narra nel film non si ha traccia nella realtà. Tutto inventato per semplice e pura finzione scenica.  Quel film  presentò come reali cose che mai hanno trovato posto né nella cronaca di allora, né tanto meno nella storia di oggi.  Sembra a tratti ambientato nella  Macondo di Gabriel Garcia Marquez. Realismo magico  e surreale  mescolato a dialoghi con  accento siciliano stereotipato, tipico dei film di mafia. Una cantilena dialettale che da queste parti è totalmente sconosciuta. Poi la  ciliegina sulla torta: la figura di un prete dipinta come fosse il capo dei banditi di Montelepre. Da una vicenda di cronaca realmente accaduta ne è venuto fuori un film romanzato abbellito dalle bugie per renderlo più emozionante e suggestivo allo spettatore.  Poco importa se rasenta la calunnia.

Ne uscì fuori un quadro di insieme poco edificante.  Un film al limite della diffamazione di una intera comunità, quella portopalese, dipinta come omertosa, reticente alla legalità, insensibile. Con una chiesa locale retta da un prete anch’egli omertoso. Nulla di più lontano dalla realtà.  La cosa buffa però fu un’altra. Qualcuno a Portopalo  si fece in quattro per avere la proiezione della ‘prima’ nazionale di quella pellicola. Come dire: l’amante della moglie si vanta delle prestazioni sessuali in pubblico e il marito lo invita a pranzo.  Terminato il film schiere di troll si spaccarono le nocche delle dita a forza di ‘like’, fecero  a gara nei commenti sui social per mostrarsi più entusiasta di altri. La ‘moda’ del momento era quella, con buona pace dell’equilibrio critico e della ragionevolezza.  Nessuno si sognò di sottolineare come alcune scene, palesemente inventate, passassero per verità insozzando la dignità dei portopalesi e di quel prete. Nessuno, tranne il nostro giornale.

Don Palacino è morto il 2 dicembre dell’anno scorso, fiaccato nel fisico  dalla lunga malattia. Ma quello che gli fece più male furono le bugie sul suo conto venute fuori da quel film e dalla male lingue. Quelle lo  fiaccarono indelebilmente  nello spirito, lo feriranno nell’animo. Neanche la chiesa prese le sue difese. Lui cercò di ristabilire la verità, noi tentammo di aiutarlo. Ma si sa la calunnia è un venticello che va ronzando nelle orecchie della gente.  La morte lo trovò in lacrime,  non per paura o codardia ma per l’amarezza di essere stato dipinto come qualcuno che lui non era mai stato. Don Palacino perdonaci se puoi.  Penso che dall’alto della sua grande bontà abbia già  perdonato tutti. Ma  non tutti  hanno la necessaria dignità per meritarsi il suo perdono, l’assoluzione di un uomo semplice e buono.

TURI MONCADA

 

Per amore della verità e per il rispetto dovuto a Don Palacino io ed il collega Sergio Taccone ancora una volta, così come abbiamo già fatto  l’anno scorso, ribadiamo di essere pronti a confrontarci in pubblico su tutta questa vicenda con chiunque chieda di farlo.  

 

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